Non so voi, ma io a tredici anni non avevo la più pallida idea di cosa volessi diventare o fare da grande. Così, vittima di questa tabula rasa celebrale, seguii il consiglio che a quei tempi andava per la maggiore, ovvero optare per una scuola che a fine percorso ti consentisse di trovare subito lavoro, e mi feci iscrivere in un istituto tecnico commerciale.

Nel giro di poco tempo passai dall’essere una brillante studentessa delle scuole medie (uscita con l’ottimo), a una poco più che mediocre studentessa in ragioneria. Nonostante l’odio viscerale che sviluppai fin da subito nei confronti di tutte le materie tecniche in generale e nella partita doppia  in particolare, dopo cinque lunghissimi anni, e due materie rimandate a settembre, riuscii a diplomarmi.

Lo stesso giorno in cui conclusi gli esami di maturità (che ancora oggi perseguitano i miei sogni), fatta eccezione per quelli di letteratura, buttai tutti i libri di testo in soffitta, anche se, in tutta onestà, farne un bel falò mi avrebbe dato molta più soddisfazione.

Il diploma non l’ho mai ritirato e mai lo farò.

Lavorando poi come impiegata non mi ha stupita più di tanto scoprire che occuparsi di numeri e scartoffie non dava questa grande soddisfazione.

Che mi sia ritrovata a svolgere una professione che non mi ha mai entusiasmata  ci può anche stare, del resto è una condizione comune a molte (anzi, troppe) persone, ma che non abbia mai coltivato una passione, quello proprio non me lo posso perdonare.Se potessi tornare indietro nel tempo mi piacerebbe scambiare due parole con me stessa da giovane. Vorrei farle un bel discorsetto

su come un percorso di studi andrebbe scelto in base alle proprie inclinazione e non seguendo i consigli che vanno per la maggiore.

«Ma i professori delle medie non ti avevano consigliato di frequentare il liceo classico?» domanderei alla Paola adolescente, tirandole PAM! uno scapaccione in testa. «E poi si può sapere perché sprechi la maggior parte del tuo tempo libero in attività inutili e improduttive come il vegetare per ore e ore davanti alla tv? Perché invece non lo usi per coltivare una passione? Una qualsiasi.» Poi mi rivolgerei alla Paola ventenne. «E tu? Non dici sempre che ti piacerebbe scrivere una sceneggiatura? E allora provaci, no? Hai anche comprato un manuale che spiega come farlo.» E nel sentirmi rispondere cose del tipo “ma non saprei da dove cominciare” oppure “ma tanto non ne sono capace”, PAM! farei partire un altro scapaccione, ancora più forte del precedente.

Che mi sia ritrovata a svolgere una professione che non mi ha mai entusiasmata ci può anche stare, del resto è una condizione comune a molte (troppe) persone, ma che non abbia mai coltivato una passione, quello proprio non me lo posso perdonare.

Se penso a come sarebbe stato bello scoprire questa mia passione per la scrittura venti o trent’anni fa, invece che a quarant’anni suonati, mi viene una rabbia 😠.

Giuro che semmai dovessi vedere mi figlio fare il mio stesso errore… PAM!

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